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Pavia in poesia – marzo 2015Un città che si unisce attraverso la poesia

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi … gli serve “ (Massimo Troisi)

Una manifestazione – giunta alla sua terza edizione - ideata  dall’arcipelago di Associazioni,  librerie e  biblioteche che fanno capo a Leggere.Pavia e  che si avvale della collaborazione della Biblioteca Bonetta e delle Istituzioni cittadine, Comune e Università in primis.

Mostre, reading, incontri con gli autori ma anche assalti poetici, slam poetry,  Dante recitato in arabo  … Nel mese di marzo a Pavia, oltre che nei luoghi “deputati” quali  scuole, biblioteche, librerie, la poesia troverà spazio nelle strade,  nelle piazze,  nei negozi,   perfino nei taxi e in un barcone sul Ticino.

Settimana dal 16 al 21 marzo - LA POESIA CHE INGENTILISCE  LA VITA -

“QUI SI REGALA POESIA”: spazi pubblici, uffici ma anche  bar,  negozi, ristoranti … sono invitati a regalare a utenti e clienti (al momento del pagamento, insieme  a resto e scontrino) una frase, un frammento di poesia: un gesto semplice, gratuito, dal forte significato simbolico.


Di seguito la poesia che abbiamo deciso di regalare oggi.

 

Tutto quest'anno ch'è, mi son frustrato

di tutti i vizi che solìa avere;

non m'è rimasto se non quel di bere,

del qual me n'abbi Iddio per escusato,

ché la mattina, quando son levato,

el corpo pien di sal mi par avere;

adunque di': chi si porìa tenere

di non bagnarsi la lingua e'l palato?

e non vorrìa se non greco e vernaccia,

ché mi fa maggior noia il vin latino,

che la mia donna, quand'ella mi caccia.

Deh ben abbi chi prima pose 'l vino

che tutto 'l dì mi fa star bonaccia;

i' non ne fo però un ma latino.

 

Cecco Angiolieri

(rime LXV)

 

 

E quelle degli scorsi giorni:


 

 

Canto di marzo
(Giusuè Carducci)


Quale una incinta, su cui scende languida
languida l'ombra del sopore e l'occupa,
disciolta giace e palpita su 'l talamo,
sospiri al labbro e rotti accenti vengono
e súbiti rossor la faccia corrono,

tale è la terra: l'ombra de le nuvole
passa a sprazzi su 'l verde tra il sol pallido:
umido vento scuote i pèschi e i mandorli
bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:
spira da i pori de la glebe un cantico.

- O salïenti da' marini pascoli
vacche del cielo, grigie e bianche nuvole,
versate il latte da le mamme tumide
al piano e al colle che sorride e verzica,
a la selva che mette i primi palpiti -.





Cosí cantano i fior che si risvegliano:

cosí cantano i germi che si movono
e le radici che bramose stendonsi:
cosí da l'ossa dei sepolti cantano
i germi de la vita e de gli spiriti.

Ecco l'acqua che scroscia e il tuon che brontola:
porge il capo il vitel da la stalla umida,
la gallina scotendo l'ali strepita,
profondo nel verzier sospira il cúculo
ed i bambini sopra l'aia saltano.

Chinatevi al lavoro, o validi omeri;
schiudetevi a gli amori, o cuori giovani;
impennatevi a i sogni, ali de l'anime;
irrompete a la guerra, o desii torbidi:
ciò che fu torna e tornerà ne i secoli.

 

 

Quelle dei giorni scorsi:


 

Ballatella dei tre fiumi

(F. Garcia Lorca)


Il fiume Guadalquivir

scorre tra aranci e olivi.

I due fiumi di Granada

scendono dalla neve al grano.


Ah, amore

che se n'andò senza tornare!


Il fiume Guadalquivir

ha la barba granata.

I due fiumi di Granada,

uno pianto e l'altro sangue.


Ah amore

che se n'andò nell'aria!


Per le barche a vela

Siviglia ha una strada.

Sull'acque di Granada

solo remano i sospiri.


Ah, amore

che se n'andò senza tornare!


Guadalquivir, alta torre

e vento negli aranceti.

Dauro e Genil, torroncini

morti sopra gli stagni.


Ah, amore

che se n'andò nell'aria!


Chi dirà che l'acqua porta

un fuoco fatuo di gridi?


Ah, amore

che se n'andò senza tornare!


Porti fiori d'arancio, porta olive,

Andalusia, ai tuoi mari.


Ah, amore

che se n'andò nell'aria!

 

 

 

I limoni
(Eugenio Montale)

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

limoni


Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

Ode all'Arancia

(Pablo Neruda)

A somiglianza tua,
a tua immagine,
arancia,
si fece il mondo:
rotondo il sole, circondato
per spaccarsi di fuoco:
la notte costellò con zagare
la sua rotta e la sua nave.
Così fu e così fummo,
oh terra,
scoprendoti,
pianeta arancione.
Siamo i raggi di una sola ruota
divisi
come lingotti d’oro
e raggiungiamo con treni e con fiumi
l’insolita unità dell’arancia.
Patria
mia,
gialla
chioma,
spada dell’autunno,
quando
alla tua luce
ritorno,
alla deserta
zona
del salnitro lunare,
alle difficoltà
strazianti
del metallo andino,
quando
penetro
il tuo contorno, le tue acque,
lodo
le tue donne,
guardo come i boschi
equilibrano
uccelli e foglie sacre,
il frumento si accumula nei granai
e le navi navigano
per oscuri estuari,
comprendo che sei,
pianeta,
un’arancia,
un frutto del fuoco.
Sulla tua pelle si riuniscono
i paesi
uniti
come settori di un solo frutto,
e Cile, al tuo fianco,
elettrico,
incendiato
sopra
il fogliame azzurro
del Pacifico
è un largo recinto di aranci.

Arancione sia
la luce
di ciascun
giorno,
e il cuore dell’uomo,
i suoi grappoli,
acido e dolce siano:
sorgente di freschezza
che abbia e che preservi
la misteriosa
semplicità
della terra
e la pura unità
di un’arancia
 
         

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